Quando il principe Filippo visitò Lipizza con Sua Maestà

GORIZIA Anche in quell'ottobre del 2008 alle scuderie di Lipizza il rituale era lo stesso di sempre: lei a coprirsi di gloria, lui a starsene un passo indietro, salutando i curiosi dal finestrino della sua limousine. Da parte di Elisabetta era la prima visita di Stato in Slovenia, accolta dall’ex presidente Danilo Türk e da sua moglie Barbara Miklic. Le venne regalata una giumenta di sedici anni, campione nel dressage e nobile già nel nome: 085 Favory Canissa XXII. Qualche triestino prenotò all’hotel Maestoso per cercare di scorgere la regina, ma l’attenta vigilanza vanificò il tentativo: per gli irriducibili, più facile è stato raggiungere lo scopo a Lubiana, dove, nella trasferta di tre giorni, una folla si era radunata per salutarla, mentre passeggiava per le vie del centro tra i flash dei curiosi.

Di vedere il principe consorte, invece, sembrava non importare nulla a nessuno, come se fosse un cappellino di sua moglie o uno dei suoi rigidi tailleur: di Filippo Mountbatten, duca di Edimburgo, ci si accorge soltanto ora, quando non c’è più, scomparso due mesi prima di compiere un secolo.
Teologia e filosofia
«Paradossalmente, aveva piacere di venir identificato con il suo umorismo grossolano, anche un po’ sessista e talvolta persino razzista. Amava dare di sé l’immagine dell’uomo sportivo, poco incline alla riflessione e con una passione spiccata (e corrisposta) per le donne. Aveva invece interessi difficilmente rintracciabili in un principe, che spaziavano dalla teologia alla filosofia. Taceva quindi la sua personalità più autentica e complessa, ma, soprattutto, il suo importante peso nelle decisioni della famiglia reale. Non è un caso, allora, che quando la coppia celebrò i cinquant’anni di matrimonio, Elisabetta disse pubblicamente che gli inglesi erano debitori nei confronti di Filippo per il lavoro da lei fatto nei decenni».
Così il giornalista Antonio Caprarica, a lungo corrispondente Rai da Londra, sintetizza la figura del principe consorte. Un aneddoto la dice lunga sul suo carattere. «In occasione di una visita dell’allora presidente Ciampi, a Buckingham Palace, venne organizzato un banchetto di Stato e Filippo tenne a sottolineare che avevano da poco assunto un vice cuoco italiano - continua Caprarica, fresco autore, per Sperling&Kupfer, di “Elisabetta. Per sempre regina. La vita, il regno, i segreti” -. Mi chiese allora se avessi notato il sapore, il carattere del nostro Paese nelle pietanze che ci venivano servite. Era una terribile cena inglese, ma, ovviamente, gli dissi di averla gradita eccome, “al pari degli altri ospiti della serata” aggiunsi. Il suo commento fu secco: “Veramente, qui non abbiamo l’abitudine di chiedere ciò che gli ospiti pensano” mi gelò, dopo che avevamo conversato amabilmente, con un tocco di arroganza che accompagnava un’intelligenza vera».
Il modernizzatore
I tabloid inglesi, intanto, continuano a parlare della vedovanza di Elisabetta, più che della morte del principe consorte, a scapito di quelle virtù che, pur tenendole gelosamente celate, Filippo possedeva: lui era lui, ma la regina resta la regina. Non mancano poi i lunghi elenchi di gaffe e le ineleganti battute che, in barba ai rigidi protocolli, andava dispensando anche in tempi politicamente corretti. Nel 2000, durante una cena con l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, che a tavola aveva voluto alcuni tra i migliori vini d’Italia, non si fece scrupolo a ordinare una birra, «non importa di che tipo».
Di episodi così ne ha regalati a decine per la gioia dei biografi. «Mi ha colpito come, nonostante il suo ruolo non principale all’interno della famiglia reale, sia riuscito a venir fuori, a emergere: la gente l’aveva capito da tempo e il momento della morte, che è sempre rivelatore, lo conferma - afferma Beppe Severgnini, editorialista del Corriere della Sera -. Filippo è stato un modernizzatore: per esempio, ha compreso che i Beatles fossero un bel colpo per la Gran Bretagna, molto prima di tutti gli altri. Mi ha sempre incuriosito, un po’ come nei romanzi a sorprenderci non è sempre il protagonista. Era il prodotto di più culture: a Trieste sarebbe piaciuto e lui a Trieste si sarebbe trovato bene. Ecco: era un eccentrico europeo».
Un'era nuova
Simpatico o antipatico, protagonista o comprimario, al di là della Manica ora si apre un mondo nuovo. «Il 90% degli abitanti della Gran Bretagna è nato con Elisabetta - afferma la giornalista e scrittrice Paola Calvetti, autrice di “Elisabetta II. Ritratto di regina” -. Ciò che cambierà tutto lo scenario sarà quindi la sua morte. È con lei, che peraltro non abdicherà mai, che finirà un’epoca: quando suo figlio Carlo diventerà re. La morte di Filippo cambia soltanto la vita della famiglia reale. Ma è per Elisabetta che l’Inghilterra piange. Complice il Covid, il Paese rinuncerà a un’elaborazione collettiva del lutto: non ci saranno funerali pubblici e lui, molto simpaticamente, aveva detto di non volere esequie di Stato. In ogni caso, per il Paese termina il ‘900».
Altre storie saranno allora da raccontare, come nel più bello dei libri, ma, per il momento, al timone c’è ancora Elisabetta. Anche in questi otto giorni di bandiere a mezz'asta, la Royal Standard continua a sventolare sul Castello di Windsor per segnalare che la sovrana si trova nella residenza. God save the Queen, allora. —
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