Al Rossetti di Trieste il flamenco di Sergio Bernal
Il ballerino spagnolo sarà al Politeama Rossetti con lo spettacolo “SeR”: «Racconto le mie origini. Quello che conta sono le emozioni che uno prova»
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Per Sergio Bernal, “il re del flamenco”, la danza è un’arte capace di generare emozioni. Oggi, venerdì 28 febbraio, il ballerino spagnolo, che ha collezionato numerosi riconoscimento come miglior ballerino internazionale, darà inizio a un tour italiano proprio da Trieste, dove sarà in scena al Politeama Rossetti di Trieste (ore 20.30) con “SeR” uno spettacolo che ha preso forma nel periodo del lockdown.
Classe 1990, Bernal è stato per sette anni il primo ballerino del Balletto nazionale di Spagna nella cui scuola si è anche diplomato. «E nel 2019 - racconta - ho deciso di lasciare per fondare la mia compagnia. Ovviamente non avremmo mai pensato che nel 2020 ci saremmo trovati di fronte a un momento così difficile, ma per me è stato importante perché quel periodo mi ha dato il tempo di capire le mie emozioni e anche la mia vita per poterla raccontare. Nasce così “Ser” uno spettacolo che ha come titolo il verbo essere in spagnolo perché racconta proprio da dove vengo, da dove sono partito e cosa sono diventato».
Come si propone il Flamenco al pubblico di oggi?
«Spesso il pubblico viene a teatro senza sapere bene cosa vedrà. Non importa quindi che conoscano il nome dei passi che eseguiamo o che abbiano fondamenti di danza classica o di flamenco: quello che conta è l’emozione che prova. Portare una cultura diversa, come il flamenco, in paesi in cui non è conosciuta, è facile, perché sa emozionare».
Come ha composto la compagnia che la affianca in questo tour?
«C’è ad esempio Ana Sophia Scheller che è una vera e propria ètoile della danza classica, che mi può garantire una qualità altissima sul palco. Poi ho chiamato Carlos Romero e Cristina Cazorla che sono due colleghi con i quali ho frequentato il Conservatorio Reale di Danza e a loro volta hanno una preparazione eccellente. C’è poi una formazione di una quindicina di musicisti, tre dei quali esperti di flamenco e un cantante francese, Antòn, che ha una voce fresca e pop».
Quando ha capito che da grande voleva fare il ballerino?
«Ho iniziato a ballare per caso, mi piaceva e a quattro anni mi hanno iscritto in una scuola. Allora io facevo solamente quello che sentivo dentro, non avevo idea di quello che avrei potuto fare da grande, né sapevo bene cosa facesse un ballerino. Poi, un giorno, ho visto un film e ho capito il valore della danza e quello che un ballerino può fare anche per gli altri: parlo di Billy Elliot. Da allora ho anche avuto chiaro in mente che quello era ciò che volevo diventare».
Quando crea una coreografia viene prima il brano musicale o sono i passi a evocare la musica?
«Molto spesso è la musica stessa che ispira la coreografia, guidandola. Tra l’altro negli spettacoli cerco sempre di non fossilizzare tutto su un unico genere, e anche in questo caso ci saranno dei brani classici ma anche alcuni pop, che potrebbero essere più facili per un pubblico più giovane. Penso sempre che ci sono tante persone che non vanno mai a teatro e mi piacerebbe, che se venissero per la prima volta proprio a vedere il nostro balletto, si trovassero almeno a loro agio grazie alla musica. Per la stessa ragione non manca quella classica, più colta, che non scontenterà chi invece frequenta il mondo della danza da maggior tempo».
Un ulteriore momento della serata sarà dedicato a un suo assolo intitolato “Jealous”. Come si traduce in danza la gelosia?
«La genesi di quella coreografia è legata a un momento difficile della mia vita in cui ho dovuto confrontarmi con quell’emozione. Ho scelto di portare quel momento cupo nella bellezza, nella danza, e facendolo mi sono accorto che il processo mi ha fatto crescere. Le prime note del brano che accompagna la coreografia immancabilmente mi trasportano di nuovo dentro a quel momento, ma da lì posso riportarlo nei passi, lasciandolo partire dal cuore. È un’emozione viscerale, tutto prende forma dentro di me, raccontando una storia che è una mia storia ma lo fa attraverso il linguaggio della bellezza».
Qual’è, secondo lei, il futuro della danza?
«A dire il vero credo che non sia facile rispondere perché in fondo non lo sappiamo nemmeno noi. Mi rendo conto che la danza oggi tende a spingersi verso qualcosa di più moderno, quello che conta davvero è che la danza non deve mai perdere di vista la sua essenza: emozionare».—
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