Trieste, i paletti della Soprintendenza per la vendita del Carciotti

TRIESTE Volumetrie, interventi sugli interni, carattere originario dell’edificio, pubblica fruizione della parte anteriore del grande palazzo, quella - per intenderci - che guarda verso il golfo: il destino alberghiero di palazzo Carciotti passerà lunedì 19 febbraio alle 15.30 da palazzo Economo, quartier generale della tutela artistica e paesaggistica del territorio. Uno degli aspetti più delicati tocca la cosiddetta “pubblica fruizione”: se la pregevole opera di Matteo Pertsch è destinata a essere trasformata in hotel di fascia alta, dovrà comunque consentire al viandante (non cliente) di dare un’occhiata all’interno dello stabile.
Il fascicolo relativo all’autorizzazione alla vendita del pregevole asset neoclassico comunale plana sul tavolo del segretariato della Commissione regionale per il patrimonio culturale, confidenzialmente riassumibile in Co.re.pa.cu. Piloterà i lavori - con un incarico “ad interim” recapitato dal ministero venerdì in zona Cesarini - il soprintendente all’archeologia, belle arti, paesaggio Corrado Azzollini, il quale condividerà la decisione con il direttore del Polo museale Luca Caburlotto e con il soprintendente archivista Viviano Iazzetti.
Azzollini ha già fornito il suo parere sulla messa all’asta in qualità di soprintendente: il parere è positivo ma pianta alcuni paletti attorno alle intenzioni del Comune e dei potenziali acquirenti. Rimanda infatti alle prescrizioni suggerite dall’articolo 55 del Decreto legislativo 42/2004, più noto come Codice dei beni culturali. La norma riguarda i criteri di alienabilità di immobili appartenenti al demanio culturale: prima di autorizzare l’asta, l’amministrazione competente si preoccupa della conservazione del bene, delle condizioni di pubblica fruizione, delle modalità di valorizzazione.

Perché «l’autorizzazione - si premura di chiarire il testo al comma 3 bis - non può essere rilasciata qualora la destinazione d’uso proposta sia suscettibile di arrecare pregiudizio alla conservazione e fruizione pubblica del bene o comunque risulti non compatibile con il carattere storico e artistico del bene medesimo».
Il Comune triestino, durante il quinquennio cosoliniano, aveva inserito una parte del Carciotti nel piano delle alienazioni 2015: l’esecutivo precedente aveva infatti scelto di mettere sul mercato la porzione posteriore del palazzo, quella che termina in via Cassa di risparmio.
La parte anteriore, con la scenografica facciata rivolta al mare, sarebbe rimasta nel patrimonio municipale e adibita ad attività culturali. Cambio di prospettiva invece con la giunta Dipiazza, che ha ritenuto di cedere l’intero palazzo, avendo considerato che questa opzione avrebbe facilitato l’operazione immobiliare. E così il piano delle alienazioni è stato modificato.
Lo stesso sindaco e l’assessore Giorgi hanno a più riprese assicurato che non mancano i candidati all’acquisto del vasto palazzo commissionato verso la fine del XVIII secolo dal commerciante di origine greca Demetrio Carciotti a Matteo Pertsch. Alcuni mesi si era parlato di cinque gruppi interessati all’acquisizione. La base d’asta sarebbe stata fissata a 21 milioni di euro, con l’auspicio che i rilanci avrebbero provveduto a un sostanzioso arrotondamento.
Prima di imboccare la strada del disimpegno, le amministrazioni avevano pensato per il Carciotti esiti differenti. In particolare, nel 2008 Dipiazza, durante il secondo mandato, aveva definito un accordo con l’allora direttore regionale dei Beni culturali, Roberto Di Paola, finalizzato a un duplice utilizzo del palazzo, museale e congressuale. Di Paola disponeva di un finanziamento pari a un paio di milioni, che era stato concesso da Arcus, società a capitale pubblico nata nel 2004 per sostenere progetti in ambito culturale. Anche in questo caso il duplice utilizzo si sarebbe concretizzato spartendo il Carciotti tra la parte anteriore (culturale) e quella posteriore (congressuale).
Poi le buone intenzioni iniziali evaporarono a fronte dell’ingente sforzo finanziario e realizzativo richiesto dal cantiere: non meno di 30 milioni di euro. Alcuni anni addietro la Soprintendenza diede una mano al Comune con 700 mila euro, in occasione dei danni arrecati dal maltempo alla cupola.
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