Morti di Srebrenica, oggetti e documenti riuniti in un museo per non dimenticare
SREBRENICA Una silenziosa processione laica di decine e decine di parenti delle vittime ma anche sopravvissuti, che consegnano alla memoria collettiva povere cose separandosi da oggetti che rappresentano l’ultimo legame che li collega agli uccisi. È quanto sta avvenendo da tre mesi a questa parte a Potocari, in Bosnia, il grande memoriale-cimitero che ospita i resti di migliaia di vittime del genocidio di Srebrenica.
Lo scorso novembre il Memoriale aveva lanciato un’accorata «chiamata pubblica». Era indirizzata a «voi sopravvissuti» ai massacri del luglio 1995, ma anche a quelli dei tre anni precedenti. Sono tempi duri, aveva denunciato il Memoriale, un’epoca in cui il negazionismo ha ripreso forza, tra «campagne coordinate» per cancellare quei fatti di sangue o sminuirne la portata. «Alle menzogne dobbiamo rispondere con i fatti», con «prove» concrete che quei massacri avvennero, prove che possano resistere al tempo anche quando gli ultimi sopravvissuti, tra alcuni decenni, non ci saranno più.
Da qui partiva l’appello - ai sopravvissuti e alle famiglie degli sterminati - a «portare in questo luogo» cose che appartennero agli uccisi o a testimoni del genocidio, ma anche oggetti risalenti al periodo precedente, quello in cui Srebrenica, “safe area” solo sulla carta, fu stretta d’assedio; e altre cose che furono degli «ultimi sopravvissuti» che raggiunsero Tuzla, nell’ottobre 1995. Ogni donazione è bene accetta, aveva assicurato il Memoriale: vestiti, scarpe, orologi, scatole di sigarette ma anche libri, diari, giocattoli e pure registrazioni audio e video del tempo. «Noi ci occuperemo di conservare e proteggere» quegli oggetti, testimonianze di una storia dolorosa da custodire anche «per le generazioni future», precisava ancora l’appello.
E quell’appello non è caduto nel vuoto. In soli tre mesi sono stati più di 300 i “reperti” del genocidio consegnati a Potocari, hanno informato in questi giorni i media bosniaci segnalando che con alta probabilità gli oggetti saranno in futuro esposti in una sorta di museo dedicato all’interno del memoriale, in un progetto in collaborazione con la Columbia University di New York e il Post-Conflict Research Center di Sarajevo. Museo che esporrà i pantaloni di Sead Nukić - ucciso a Srebrenica, il suo corpo ancora non ritrovato - che la moglie Begajeta ha continuato a custodire per 25 anni. «Speravo arrivasse a Tuzla» dopo una lunga marcia in fuga dagli sgherri agli ordini del generale serbo-bosniaco Ratko Mladić – il cui processo si concluderà a marzo - «ma non è mai arrivato», ha raccontato la donna a Radio Europa Libera. E c’è poi il maglione verde di Dzevad, anche lui ucciso nel corso del genocidio del luglio 1995 assieme ad altri ottomila e più, custodito per tutti questi anni dalla sorella Rabija. «L’ho donato per il museo, per mostrare cosa hanno fatto gli assassini», ha detto la donna.
Ma a essere raccolti sono stati anche documenti della Croce Rossa, carte, orologi e tanto altro, tra cui un pacchetto di «3.500 foto donate dalle Madri di Srebrenica», ha svelato il direttore del Memoriale, Emir Suljagić, confermando che l’idea è di permettere a tutti di osservare quei reperti, ampliando l’attuale “memorial-room” a Potocari e trasformandola in un’esposizione permanente. Da approntare magari prima del prossimo luglio, mese in cui cadrà il venticinquesimo anniversario dal genocidio. Alle cerimonie, è emerso, parteciperà anche il segretario generale Onu, Antonio Guterres; in quell’occasione dovrebbero essere inumate altre 80 vittime, che andranno ad aggiungersi alle oltre 6.600 ritrovate, riconosciute e sepolte dal 1995 a oggi a Potocari. —
Riproduzione riservata © Il Piccolo