Il fratello di Lilly e Visintin accuse reciproche sui soldi Spunta il figlio Piergiorgio

Dal movente passionale, a quello dei soldi. Nel giro di pochi giorni il mistero della morte di Liliana Resinovich ha preso un’altra piega. E con un velenoso scambio di accuse e contro accuse tra familiari. Tanto che ora, inaspettatamente, nel giallo spunta un nuovo protagonista: il figlio di Sebastiano Visintin, il goriziano Piergiorgio. Rimasto finora nell’ombra. Già perché – si scopre ora – è anche a lui che il fratello di Lilly, Sergio, fa esplicitamente riferimento nel breve testo che nei giorni scorsi ha inviato alla Procura, via Pec, attraverso il suo avvocato Luigi Fadalti. Sergio cita il marito di Liliana, Sebastiano Visintin – e fin qui nulla di nuovo –, e pure suo figlio Piergiorgio. Entrambi interessati al denaro della donna, stando alla versione del fratello. Quel testo, poco più che un appunto, è ora nelle mani della magistratura. Sergio sostiene che Liliana non si sarebbe mai potuta suicidare. Non ne avrebbe avuto il motivo, a suo dire. «Conoscevo bene mia sorella, ci sentivamo ogni giorno...». Poi elenca dei «fatti», con il passaggio sui soldi. Quello in cui – stando a quanto si apprende dal contenuto della Pec trasmessa alla Procura – Sergio spiega che Piergiorgio Visintin chiedeva insistentemente denaro al padre, Sebastiano. E lui, a sua volta, li domandava a Lilly, ex dipendente regionale. Ma lei si rifiutava di darli. E ciò era motivo di frizione e rivalsa all’interno della famiglia. Questa, in sintesi, la versione del fratello Sergio.
Il diretto interessato, contattato telefonicamente dal Piccolo, smentisce di aver indicato nel testo il nome di Piergiorgio. Ma altre fonti confermano. «Nella lettera io ho esternato i miei dubbi sull’ipotesi del suicidio – ribatte il fratello Sergio – per me non è un suicidio. Sentivo mia sorella ogni giorno, non aveva mai manifestato intenzioni del genere. Stava bene». Ci sarebbe però il movente “economico” dietro al mistero di una morte «che non può essere un suicidio». Eccolo, il movente: «Il marito Sebastiano e suo figlio Piergiorgio – afferma Sergio – avevano di sicuro interessi economici nei confronti di Lilly. Ma lei non voleva aiutare Piergiorgio».
Lui, tirato in ballo, respinge qualsiasi coinvolgimento. «Sono allibito – risponde – io non vedevo Liliana da più di tre anni. Non avevo rapporti con lei e non le ho mai chiesto soldi. Anzi, è proprio Sergio quello che riceveva soldi da sua sorella. Mi risulta – rincara Piergiorgio Visintin – che lei gli pagava il mutuo e gli dava una mano. Ripeto, non frequento anche mio padre da anni. La questione è molto pesante, perché si fanno accuse nei miei confronti. Io non c’entro niente». Anche il padre, Sebastiano, replica con fermezza: «Sergio? Che si vergogni. Mio figlio non domandava soldi né a me, né a Lilly. Era lui che prendeva soldi da lei. Era una cosa pesante: la macchina, regali, i soldi per l’università della figlia...».
Resta il fatto che, ad oggi, la causa della morte della donna non è stata ancora dimostrata. Non sappiamo se si è uccisa o se è stata ammazzata. Conosciamo solo le macabre modalità con cui è stato ritrovato il cadavere quel pomeriggio del 5 gennaio, tre settimane dopo la scomparsa: abbandonato nel fango e nell’erba del bosco dell’ex Ospedale psichiatrico di Trieste. Tutti reperti raccolti attendono le analisi delle impronte e del Dna. Da quegli esami, insieme al test tossicologico, sarà possibile capire se c’è la mano di un assassino. —
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