Centinaia di genitori e studenti in piazza a Trieste per chiedere la scuola in presenza

Circa 200 persone che hanno voluto far sentire la loro voce con cartelloni, striscioni, ma anche zaini e scarpette dei loro figli messi a terra, oltre a un computer "simbolo" della Dad
Due delle foto della protesta in piazza Unità (Lasorte)
Due delle foto della protesta in piazza Unità (Lasorte)

TRIESTE Gli zainetti appoggiati a terra e un computer solitario a rappresentare la Dad. Oltre 200 persone si sono trovate questa mattina, domenica 21 marzo, in piazza dell’Unità d’Italia per dire basta alla didattica a distanza chiedendo la ripresa immediata delle lezioni in presenza.

La manifestazione, organizzata a livello nazionale su più giorni, è nata dall’impegno del Comitato genitori scuola in presenza che fa parte della Rete nazionale scuola in presenza. Come testimonial della protesta,  lo psichiatra Paolo Crepet il quale in un messaggio audio ha chiesto scusa agli studenti «perché non abbiamo fatto quello che dovevamo fare: lasciare le scuole aperte. Oggi è una giornata speciale, è la giornata della coscienza. A tutti i futuri ministri, ai governatore dobbiamo dire mai più alla Dad, non possiamo fare questo danno a chi costruisce il nostro futuro».

Zaini e pc in piazza: a Trieste la protesta dei genitori per la scuola in presenza

In piazza, vista anche la giornata di sole e nonostante la bora, tantissimi bambini delle classi primarie e delle secondarie che hanno approfittato dell'occasione per incontrare i compagni che non vedono da ormai una settimana, cioè da quando il Friuli Venezia Giulia è passato in zona rossa rinforzata con la chiusura di tutte le scuole di ogni ordine e grado, compresi gli asili nido.

Mamme e papà hanno cercavato di far sentire la loro voce, parlando delle difficoltà quotidiane del riuscire a gestire lavoro e bimbi piccoli a casa, connessioni non sempre facili per seguire la didattica a distanza anche di più figli contemporaneamente, oltre che le tante contraddizioni, in primis quella di essere spesso costretti a chiedere l'aiuto dei nonni per riuscire a conciliare lavoro e bambini a casa, proprio quei nonni che, in quanto persone fragili, dovrebbero invece essere tutelate. 

Intanto si lavora anche sul fronte legale: «Abbiamo costituto un pool di avvocati che ha già presentato ricorso al Tar del Lazio, in discussione il 24 marzo - ha spiegato nei giorni scorsi la portavoce Arianna Magrini -. Non dimentichiamo che tutti i ricorsi delle Regioni sono stati sin qui accolti con la motivazione che i dati epidemiologi non sono sufficienti a giustificare la chiusura delle scuole e una didattica a distanza per un periodo così prolungato come quella che sta determinando non pochi problemi ai nostri ragazzi. Siamo pronti a mobilitarci in ogni sede per fare in modo che gli studenti italiani possano godere di uguali diritti in modo da frenare il crescente svantaggio di formazione e salute nei confronti dei loro coetanei europei».

La tesi della rete è nota: «L’uso prolungato e indiscriminato della dad come strumento di insegnamento è inefficace, svilente per gli insegnanti, discriminatorio per gli studenti provenienti da famiglie fragili e lesivo nei confronti degli alunni con disabilità o difficoltà di apprendimento. La scuola deve essere l’ultimo luogo a chiudere in caso di picco di contagi, non il primo. Non si possono avere centri commerciali aperti e scuole chiuse». — 

Riproduzione riservata © Il Piccolo