A Trieste i genitori in piazza reclamano scuole aperte: «I nostri figli danneggiati da questo isolamento»

TRIESTE Mostrando slogan a caratteri cubitali e battendo pentole e mestoli «per farsi sentire un po’ di più», circa un centinaio di genitori sabato mattina hanno popolato piazza Unità a difesa della didattica in presenza. Una squadra fatta di madri e padri decisi a ottenere risposte più chiare sul destino dei propri ragazzi, da oltre un anno condannati a seguire un percorso di studio caratterizzato da troppe buche impreviste.
«Crediamo che la scuola debba essere l’ultima a chiudere e la prima a riaprire. Non accettiamo più che venga sacrificata per risolvere problemi che non la riguardano. Le scuole sono luoghi sicuri. E a dirlo non siamo noi, lo conferma il Cts»,– spiega Cristina Gregoris, del coordinamento nazionale “Priorità alla scuola” e referente per il comitato di Trieste: «Trascurare la scuola significa trascurare tutta la società. Gli effetti della didattica a distanza, poi, sono sconvolgenti. I ragazzi si stanno spegnendo, non si lavano, non si vestono, fanno lezione in pigiama».
Tra i tanti volti che hanno contribuito a portare in piazza un clima di pacifica risolutezza c’era anche quello di Martina Benevoli, che ha parlato del modo in cui la Dad sta influenzando la figlia: «È disperata, piange perché vuole vedere i suoi amici. La scuola non è solo didattica, è la loro vita. Noi andiamo a lavorare, abbiamo il collega con cui possiamo fare due chiacchiere. Mentre loro sono abbandonati a loro stessi». Il senso di frustrazione emerge anche dalle parole di Cristina Ciacchi, madre di due ragazzi: «Ormai i nostri figli non si alzano neanche più dal letto, fanno lezione senza neanche accendere la videocamera. È come se fossero diventati invisibili a se stessi, vittime di un meccanismo da cui sembra impossibile tirarli fuori».
Oltre ai dubbi sull'efficacia della Dad, molti genitori e ragazzi sono sconcertati per l'assenza, a un anno dal primo lockdown, di una via alternativa alla chiusura degli istituti: «Dopo tutto questo tempo ancora non sappiamo cosa aspettarci in futuro. Non c’è la minima progettualità. Io mi ritengo fortunata, perché i miei ragazzi non hanno mai avuto problemi, e anche in questa condizione sono riusciti a seguire il programma - spiega un'altra mamma, Silvia Fantinel -. Ma dal punto di vista relazionale ed emotivo li vedo abbattuti».
Nella mattinata, a tenere ben saldi gli striscioni tra le mani c'era anche qualche over 65. «Ho sentito il bisogno di manifestare perché vedo i danni che vengono fatti ai nostri nipoti - ha affermato Rosa Masi, nonna di uno studente - L’isolamento fa male, funziona come per noi anziani. Più stiamo a casa, più ci disabituiamo a uscire. Ai ragazzi delle nuove generazioni viene voglia di rimanere chiusi in camera, e questo non va affatto bene».
Oltre a quelle dei diretti protagonisti, non sono mancate le voci dal mondo della politica. «Dobbiamo chiedere che la scuola abbia tutta l'attenzione che è mancata finora e pretendere che chiudere sia l'ultima opzione», ha affermato la senatrice Tatjana Rojc (Pd), ieri in piazza insieme alla responsabile Scuola Pd Fvg Caterina Conti. Un concetto questo ribadito da Movimento Futura: «Crediamo che organizzare la scuola in modo che i ragazzi possano proseguire la loro formazione stando in classe per non perdere più di quanto non si sia già perso sia un dovere per tutti gli attori che concorrono a “tenere in piedi” l’imprescindibile mondo dell'istruzione – si legge in una nota -. Perché frequentare la scuola è ancora un diritto, oltre che un obbligo». —
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